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New Haven (Connecticut), 14 ottobre 2019
È morto il 14 ottobre all’età di 89 anni Harold Bloom, professore di letteratura all’università di Yale e universalmente considerato come uno dei più grandi critici letterari del Novecento, quasi come l’incarnazione critica della letteratura occidentale la cui immagine lui stesso contribuì a forgiare grazie a un’attività estremamente prolifica di pubblicazioni, scritti critici e antologie. Questa sua identificazione con il 'canone occidentale', dal titolo di una delle sue più note opere, dice tutto sulla statura di una figura tanto imprescindibile quanto per certi versi reazionaria. Modellando il nucleo fondamentale della letteratura occidentale Bloom affermò sé stesso e la sua cultura, e mentre ne afferma la grandezza al contempo ne sottolinea i limiti e i pregiudizi.

Nato nel 1930 nell’East Bronx di New York in una famiglia di ebrei ortodossi immigrati dalla Russia, i quali non impararono mai a leggere l’inglese, Bloom fu esposto per prima cosa alla poesia yiddish, per poi divenire un lettore vorace e onnivoro. Ben presto fu ammaliato dai poeti romantici, da William Blake, John Donne e TS Eliot, e da lì la sua passione per la lettura non cessò di crescere e mai si esaurì: c’era chi sostiene che riuscisse a leggere 400 pagine all’ora e che la sua memoria fotografica avesse del prodigioso. Sapeva inoltre recitare a memoria, sempre secondo le testimonianze, tutto Shakespeare, l’intero Paradiso perduto di Milton, tutte le poesie di Blake, la Bibbia ebraica e molto altro. Laureato nel 1951 alla Cornell University, studiò in Europa, prima di arrivare a Yale nel 1955.

Tra i critici letterari più influenti al mondo, sicuramente il più autorevole (e controverso) dell’America del Novecento e di questi primi anni Duemila, Harold Bloom, aveva tenuto l’ultima lezione giovedì 10 ottobre, giorno dell’assegnazione dei premi Nobel 2018 e 2019, un riconoscimento verso cui fu spesso critico.

Per oltre sessant’anni docente a Yale ha scritto oltre quaranta opere tradotte in tutto il mondo. Negli ultimi anni insegnava a casa sua perché la salute non gli permetteva di recarsi al campus, ma non aveva mai abbandonato il magistero. «Cinquantacinque anni trascorsi come docente di letteratura a Yale — scriveva nel 2011 in Anatomia dell’influenza — hanno insegnato a me più di quanto io sia in grado di insegnare agli altri. Ciò mi rattrista, ma continuerò a svolgere questa attività finché potrò perché l’insegnamento mi sembra il compagno inseparabile della lettura e della scrittura. A ottant’anni è difficile separare l’apprendimento dall’insegnamento, la scrittura dalla lettura».

Critico con le tesi femministe, marxiste e post-strutturaliste che per anni hanno dominato nelle università, non solo in America, aveva fatto di William Shakespeare il suo faro, o meglio, come lui stesso scrive in Anatomia dell’influenza, la sua ossessione, a cui dedicò molti dei suoi saggi, tra cui Shakespeare, l’invenzione dell’umano, pubblicato in Italia da Rizzoli, come tutte le sue opere. Lo definì «lo scrittore degli scrittori», «Dio», «l’insuperabile». «Insegnando Shakespeare, si insegnano la coscienza, la gamma dell’amore, della sofferenza, della tragedia famigliare».

Pose il Bardo, insieme a Dante, al centro de Il Canone Occidentale (1994), il suo saggio di maggior peso, tradotto in quarantacinque lingue e bestseller in molti Paesi che lo ha trasformato in un’ icona culturale con cui stabilì gerarchie e valori fra i grandi libri della tradizione letteraria occidentale. Da Molière a Goethe, da Cervantes a Tolstoj, nel libro Bloom raccontò i ventisei autori, prosatori e drammaturghi che hanno fondato il nostro modo di leggere, scrivere e pensare, «perché — scrisse — tutti hanno, o dovrebbero avere, un elenco di libri da leggere in vista del giorno in cui, fuggendo dai nemici, faranno naufragio su un’isola deserta».
Bloom ammise in seguito che quella lista era una semplificazione editoriale eppure ben aiuta a esemplificare la sua concezione della letteratura che, scevra da ogni interpretazione psicologica o sociologica, deve puntare esclusivamente a un compiacimento estetico

Nonostante Il Canone Occidentale fosse un’opera profondamente personale, controversa, discussa, il libro della svolta era stato però L’angoscia dell’influenza (1973), in cui Bloom sosteneva che la creatività era una lotta freudiana in cui gli artisti negavano e distorcevano i loro antenati letterari mentre producevano opere che rivelavano un debito inconfondibile. Una teoria che è stata infinitamente dibattuta e messa in discussione, anche da Bloom che tuttavia lo definì «una disperata difesa della poesia e una protesta contro l’eventualità di essere assorbiti da un’ideologia».

Aveva una cultura enciclopedica, leggeva in greco ed ebraico — antico e moderno — in latino, yiddish, inglese, francese, spagnolo, tedesco, portoghese e italiano, era molto critico con gli autori contemporanei americani che lo rispettavano e temevano. Tra i pochi, amava Philip Roth (considerava Pastorale americana e Il teatro di Sabbath i suoi capolavori), Cormac McCarthy, Thomas Pynchon e Don DeLillo. Detestava J. K. Rowling e Stephen King, mentre pensava che J. D. Salinger, che pure apprezzava, non sarebbe resistito al tempo.

Ne Il libro di J non ha esitato a mettere in discussione il lavoro di bibliologi e critici della Bibbia sostenendo la provocatoria tesi che il libro sacro sia stato opera di una donna. Al pari dell’Amleto di Shakespeare, Dio sarebbe un «personaggio letterario» nato dalla fantasia di una raffinata scrittrice vissuta durante il regno di re Salomone; e la stessa Bibbia, la parola antica su cui si è fondata la civiltà occidentale, sarebbe un’opera altrettanto «letteraria» come quella di Dante, Wordsworth, Melville e Kafka.

Bloom ha anche curato la pubblicazione di centinaia di antologie, scritto saggi e prefazioni ad altre centinaia di edizioni di opere letterarie, in versi e in prosa.

 

 

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